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Dal diario di Gino – Io e le palline: un rapporto burrascoso

febbraio 1st, 2010

La delusione di una vita a volte nell’errore di un momento: mai fatto slice?

Io si. Spesso nel passato. Un passato che non è passato; adesso è tornato.

E proprio adesso, che sono partito per primo grazie al mio handicap, più basso rispetto a quello del mio amico e rivale, che mi osserva attento.

Un sorriso si disegna sul suo viso: sarebbe o vorrebbe essere un sorriso di comprensione, ma a me appare un sorriso di derisione.

E so per certo di chi è la colpa.

Di quella orrenda cosa tonda: la mia pallina.

Anche le cicale, con il loro interminabile concerto, ripetono:”è colpa sua, è colpa sua, è colpa della pallina, della pallina, della pallina”. Le sento bene.

“Non mettere i gomiti sul tavolo, quando mangi”

“Ricordati che è il cucchiaio che va alla bocca, non la bocca al cucchiaio”

“Non parlare mentre mastichi e mastica a bocca chiusa”

“Non fare bocconi troppo grossi: stai mangiando, non stai abbuffandoti”

“Comportati bene, non essere aggressivo, cerca di essere sempre gentile”

“E tieni la schiena bella diritta”

“E non gesticolare troppo, quando parli.”

Nella mia immaginazione sono tornato indietro di sessant’anni, con la nonna impegnata a darmi la quotidiana lezione di bon ton. Con la sua voce dolcissima, ma con la fermezza di un comandante dell’esercito.

“E non strizzare le palline da golf” Aggiungo mentalmente io, mentre – rivivendo quei momenti col pensiero fermo al tiraccio appena fatto- tengo la pallina ben stretta nella mano e desidero che questa si trasformi in una morsa d’acciaio. Una morsa fatale.

Sono sul tee di partenza, stizzito, dopo quel tiro disastroso, tutto a lato fino a sfiorare l’ostacolo d’acqua. Anche la anatre, che sguazzano nel laghetto, sembra stiano ridendo.

E strizzo sempre più la mano. Vorrei con tutta la mia forza martellare la pallina, con un ferro pesante (magari il tre), ma mi ricordo delle regole di etichetta (grazie, nonna!). Però faccio fatica a controllarmi.

“Che fai?”

La voce del mio compagno di giro sul campo mi richiama alla realtà.

“Maledetta cosina tonda, ma chi crede di essere? Crede di poter andare dove vuole lei!?”

“La pallina non va dove vuole lei: va dove l’hai mandata”

“Io non l’ho mandata a destra, questa presuntuosa; qualcuno si è anche preoccupato di stabilire che deve essere rotonda (mai visto una pallina quadrata?), hanno regolamentato anche diametro e peso,ma perchè non hanno anche stabilito che deve andare dove voglio io?”

Il mio amico psicologo non desiste.. Si appoggia al suo drive e prosegue con aria serafica:

“Sicuro? prova a non prendertela con lei”

Adesso mi fa una lezione sulle proiezioni o su altri meccanismi di difesa, penso con un certo terrore.

“Cosa dovrei fare? Accarezzarla e baciarla?”

“ Beh, non esageriamo, prova a non perderla d’occhio fino a che l’hai colpita, ma non concentrarti su di lei. Concentrati sull’azione e sul tuo corpo”

“Dovrei concentrarmi sulle mie belle gambe?” (bugia)

“Dai Gino non fare il fesso. Senti il tuo respiro e fai uno swing dolce e deciso, divertente, come un movimento sull’altalena. Ti ricordi come era bello il dondolio sull’altalena? E come era dettato da

colpetti morbidi, ma decisi? Cerca la stessa fluidità, senza smettere di guardare la pallina fino a che se ne è andata.”

Tenerla d’occhio, swingare come se fossi sull’altalena, dolce e deciso. Me lo ripeto tre volte.

“Dolce? Ma così non va lontano…”

“Prova e vedrai; e poi: conta di più che vada lontana o che vada diritta sul fairway…o no?”

“Già”

Tenerla d’occhio, swingare come se fossi sull’altalena, dolce e deciso” Me lo ripeto altre tre volte.

“Ma il respiro?”

“Hai mai visto uno immergersi mentre inspira?”

“No, io mi immergo dopo avere inspirato e mentre espiro con calma, dopo una pausa tra un respiro e l’altro”

“Bravo, prova a fare lo stesso”

Lo faccio, e la pallina finisce proprio sul green. La pallina è diventata una cosina affascinante.

“Bedda mia! Gioia di papà!”

E mi sento Tiger Woods, o quasi.

Alla prossima buca e a quelle dopo cercai di comportarmi come mi ha consigliato Bruno (l’amico psicologo).

Seguendo un altro dei suoi consigli, mi allenai a ripetere la procedura sempre più spontaneamente, senza preoccuparmi di seguire delle istruzioni o degli schemi. Funzionò.

Solo (ipocrita!) due volte atterrò in green, comunque sempre vicino, sempre in fairway e con un bel volo alto e diritto!. La pallina era diventata sempre più affascinante.

Per poco, guardandola, non si trasformò nella fata turchina. Una fata turchina in tanga.

Anche se ero certo che avrei fatto ( come ho fatto e faccio) ancora vergognosi slice, ormai non sarei più stato capace di odiarla: al massimo avrei trovato la pallina un poco…indisponente. L’avrei trovata o lo è? Cosa direbbe Amleto? Fifty fifty?

La mia stretta sarebbe sempre stata, da allora in poi, più delicata, tutto il mio movimento sarebbe stato più dolce e – miracolo!- avrei scoperto di poter concedere alla dolce strega rotonda qualche deviazione dalla rotta che mi ero prefigurato.

Senza pensarla nella pressa di uno sfascia carrozze.

Con appena un cenno di stizza. Questo si: amore e odio. Tiro e pallina. Impegno e divertimento: altrimenti perchè giocare a golf?.

Alberto Magnani

Vergari golf school- Piacenza driving range

Dal diario di Gino: come iniziai a giocare a golf

ottobre 9th, 2009

Questi miei appunti non sono un racconto di fantasia. Sono il racconto di emozioni, sentimenti, pensieri. O forse anche di fantasia, perché la fantasia, a volte per modestia ed altre volte per presunzione, ha cambiato qualche parte della realtà. Comincio dalle emozioni, i sentimenti, i pensieri di quando mi avvicinai, ultra sessantacinquenne, all’idea di giocare a golf. Un’ idea che misi subito in atto. Sono giovanile e sportivo e posso vantarmi di essere ancora come un ventenne: “ a me le ragazze piacciono ancora come quando avevo vent’anni, senza differenze. Beh forse una piccola differenza c’è: che non mi ricordo più perché”. Quando lo dissi ad un amico psicologo, questi mi consigliò di dedicarmi di più allo sport. Non pensai al calcetto (difficile: bisogna sempre trovare almeno altre nove persone con cui giocare); non pensai al ciclismo (già lo praticavo, anche se ero passato dalla corsa alla mountain bike); neppure pensai alle bocce (la gente ritiene siano cose da vecchi). Mi ricordai di un inserzione sul giornale locale; parlava di un campo pratica alla periferia della città e si diceva che vi si poteva giocare a golf ad un costo inferiore a quello di due caffè al giorno. “Orpo”, o come in realtà dissi usando il mio linguaggio da scaricatore di porto:”perdindirindina, vado subito a vedere!”. Mi accolse una signora molto gentile, che mi dirottò poi ad un signore altrettanto disponibile: questo signore, che sarebbe diventato il mio maestro, mi accompagnò in un giro panoramico del circolo, spiegandomi che potevo iniziare con qualche lezione pratica, senza necessità di acquistare attrezzi o vestiario adatto: a queste cose, all’iscrizione al circolo e alla FIG avrei potuto pensare poi, se avessi deciso di continuare. “Ottima cosa: cominciamo da domani?” E fu così che divenni golfista. A questa decisione contribuirono sicuramente anche l’ambiente (il verde, la club house, semplice e accogliente, l’assenza di segni di snobbismo). Certo, c’erano anche quelli per i quali il golf non è golf se non è gara: la cosa a me, sportivo per relax e sostanzialmente schivo, dava non poco fastidio, ma pensai che se li conosci li eviti; c’è spazio per tutti. E vivi tranquillo. In più non potevo escludere che mi sarei anche divertito, ascoltando adipi prominenti e fisici in lotta con la prominenza dissertare come simil Tiger Woods. Così iniziai il ciclo di lezioni. Fu un’esperienza dai risvolti contrastanti: chiuso nel gabbiotto a tirare colpi, assumendo posizioni del tutto innaturali, mi sentivo un poco ridicolo e non capivo il perché delle indicazioni del maestro, di cui percepivo l’esperienza e sicurezza, ma da cui avrei voluto non solo indicazioni tecniche, ma qualche spiegazione in più: perché dovevo “addressarmi” in quel modo? perché dovevo usare quel grip? perché proprio quel ferro? e così via. Cominciavo ad avere troppe perplessità e più disagio che divertimento. Mi tornò in mente un incubo che mi perseguitò per qualche tempo, circa mezzo secolo fa. Avevo superato brillantemente l’esame di maturità ed eccomi a godermene il premio: il corso per la patente! Nell’incubo l’istruttore propinava poca teoria, sempre sotto forma di precetti e poca pratica. Mai aprii il cofano di un’auto ed anche la guida era fittizia: stavo seduto su una sedia, con in mano il volante staccato da una vecchia seicento, mentre l’istruttore, bofonchiando brum brum bruum, mi diceva: “alza il piede destro, abbassa il sinistro!” e cose simili; finalmente salii sull’auto di papà, foglio rosa in tasca e un amico patentato al fianco; e mi schiantai contro il primo muro. Per fortuna, nella realtà, le cose andarono meglio. Come pure qui, sul campo pratica, sempre meglio fino al grande giorno, quando, dopo più di una ventina di lezioni, fui accompagnato sul campo vero e proprio. Furono emozioni vere: due ore di tiri, qualche chilo di erba da riposizionare e – incredibilesei buche imbucate. Non sapevo ancora quasi nulla di sopra/sotto il par e non mi preoccupai certo di contare i colpi impiegati: era nato un amore. Un amore che andava consolidandosi, in quel “driving range” ai limiti della città. Un campo dai molti svantaggi: non c’è il paesaggio mozzafiato che i libri descrivono sempre per il campo ideale, la ferrovia è vicina, l’autostrada anche, la discarica non è lontanissima; ma è vicina anche casa mia, così che posso andare “a far due tiri” anche quando non ho molto tempo; volendo posso andare al campo anche in bici! E ci sono anche alcuni altri pregi inestimabili: il circolo ha nel suo dna la diffusione del golf, i costi sono ragionevoli, un po’ di verde (laghetto compreso) c’è e non c’è invece traccia di quella voglia di elitaria chiusura che ho respirato in alcuni campi forse troppo blasonati. Insomma: ci sono tutte le possibilità per fare sport all’aria aperta, mettendoci la quantità di agonismo e di compagnia o di solitudine che ciascuno cerca. E, per quanto non grandissima, c’è pure la club house: la rinomata diciannovesima buca dove bere qualcosa, leggere in pace o fare due chiacchiere. L’amore tra l’aspirante golfista ed il golf era nato e si sarebbe rafforzato; oggi posso raccontarla ai miei nipotini come loro piace, senza dire bugie: Gino ed il golf si innamorarono, ebbero la meglio sulle perfide palline e vissero felici e contenti. (Alberto Magnani )

Ricordi di una sacca da golf in trasferta

settembre 2nd, 2009

In una sera, appena tiepida per l’imminente primavera, sono stata prelevata e brutalmente separata dal mio amato “carrello”. Sembra che il mio proprietario, insieme ad altri presunti golfisti abbia l’intenzione di farmi fare un “viaggetto”. Vengo caricata, con maniere, per la verità non proprio “decenti” nel portabagagli dove trovo un’altra sventurata! Facciamo subito amicizia e mentre cerchiamo di sistemarci alla meno peggio ci scambiamo le prime impressioni.

“Ma dove ci porteranno”? mi domanda la mia sventurata compagna.
“Da quello che sono riuscita ad “origliare” sembra che vogliano andare a “mostrare” le proprie doti “golfistiche” nel sud d’Italia, al golf club Riva dei… tertali, dei tessari o…….. tessali !

Ci guardiamo un pò perplesse ed a malincuore ci rassegniamo ad affrontare questa nova esperienza. Di mattino presto, prima del “canto del gallo”, veniamo svegliate di soprassalto da un deciso “sbattere” di portiere. “Ma che ora sono ?” Ci domandiamo, stiracchiandoci.

Il viaggio scorre tranquillo, la velocità è adeguata. Dal portabagagli, dove siamo rinchiuse si sentono male i discorsi che si fanno “li davanti”. Mi è sembrato di capire che il mio “padrone” viaggia con un certo Lino mentre nell’altra macchina, dove sono state stipate altre due sacche i proprietari si chiamano uno Gino e l’altro Luigi.

Si arriva al Golf Club Riva dei Tessali verso le 13! Appena scaricate conosciamo finalmente le altre due sacche che ci confidano di essere molto, ma molto sconcertate, soprattutto per questa nuova esperienza.! Ci scaricano di corsa, e posizionate su un carrello, via…. al campo pratica per riscaldare i pochi muscoli e mostrare a due – tre altri golfisti, casualmente presenti, le ineguagliabili doti nel gioco del golf e nell’elegante movimento praticato nel colpire le palline. Dopo neanche un minuto d’esercizio si leva, perentoria, la voce di Gino: “Signori, per favore, basta con questo secchiello di palline, andiamo in campo che non vedo l’ora” I ferri, che portiamo noi sacche, vorrebbero scomparire: si nascondono e si “rintanano” alla bene e meglio! Il driver teme d’essere preso per primo, i legni 3 e 5 e gli altri ferri per non dover essere “i primi” cercano di mimetizzarsi. Niente da fare! Imperterriti e fermamente decisi i nostri proprietari credendosi maestri nell’arte di dominare le “palline”, scelgono, con fare furbetto e sapiente il legno o il ferro che sembra più adatto a fare il primo tiro dal tee della buca uno. Per la verità già da subito, dopo il primo tiro, lo strano linguaggio di tutti mi colpisce! Segno evidente che quella “maleducata” pallina, forse perché stanca dal lungo viaggio non ha voluto “seguire” il perfetto tiro del “prode golfista” e non s’è indirizzata dove “esso”, con somma perizia, l’aveva “destinata”.

Ma si sa in questo gioco la colpa e sempre degli altri! Non mi pare di ricordare, in tutta la mia, anche se breve, carriera che un golfista abbia mai ammesso di aver fatto un tiro “sbagliato”, di avere fatto la classica “flappa”, e di avere considerato mai, almeno una volta, che forse il golf non è proprio il “suo” sport! Ma tant’è! Tra tiri andati a vuoto, risatine e prese in giro i nostri golfisti ci sballottano da una buca all’altra deprimendosi quando la pallina và dove “la porta il vento” ed esaltandosi se questa, mossa a compassione per tanta inettitudine, decide, di tanto in tanto, di seguire una linea alta, bella, lunga e diritta che sembra proprio (e credo che sia veramente ) un miracolo ! Sbuffando, sudando, e……… “imprecando” (sottovoce ma col sorriso sulle labbra) questi “approssimati” ci trascinano su questo campo come se stessero trascinando un carico di fieno!. Dopo quattro, cinque ore di questo “andazzo” finalmente ci riportano alla sospirata “casa del golf”. Devi sentirli adesso! Devi sentire i commenti alla fine di queste prime 18 buche (“falsi come una lapide”)! Adesso si sentono tutti grandi campioni, grandi golfisti, si vantano l’un con l’altro dei tiri, delle distanze raggiunte, della precisione nel pat, senza che minimamente gli passi per “l’anticamera del cervello” di essere dei poveri dilettanti senza futuro ne speranze di migliorare! Noi sacche che abbiamo visto tutto ci guardiamo e tacitamente decidiamo di lasciarli alle loro illusioni!

Il mattino dopo, di buon’ora ci vengono a riprendere per ricominciare “lo strazio”, Il campo, molto ben tenuto, per la verità sembra che misuri circa 6 km. Ma quali sei chilometri! Alla fine delle 18 buche, visto come tiravano, dove ci trascinavano, tra sali e scendi e zig-zag mi sembra che questi “professionisti” abbiano percorso non meno di una decina di chilometri!. Chi nel laghetto, chi in mezzo a grovigli di cespugli, chi nel rough alto (che sia maledetto!), tutti comunque andavano continuamente di qua e di là nel cercare di recuperare “queste pazze palline” ed aumentando così in modo esponenziale i chilometri percorsi! Un accanimento particolare aveva assalito Gino! Sembrava che tutte le piante del percorso gli fossero antipatiche, non se ne è salvata nessuna tutte….. le ha colpite e…. segnate! Il poveretto ad ogni colpo così portato alzava gli occhi imploranti al cielo per cercare di far capire agli altri che una sorte “maligna e sfortunata” lo perseguitava. Ma che sorte maligna e sfortuna: incapacità si chiama! Il buon Luigi s’era adattato immediatamente alla nuova comitiva e per la verità giocava un po’ meglio degli altri (invidiosi e gufanti…in silenzio) I risultati degli “score” parlano chiaro! Nella seconda giornata, però, dopo aver “flappato” clamorosamente un tiro dal “Tee”, mi pare della buca 4, tra sorrisini ironici e maligni dei nuovi “amici”, s’è “arrabbiato” come una “iena”, pretendendo l’annullamento del tiro e richiamandosi, perentorio, ad una strana regola “la palla disturbata” ! In verità vicino alla partenza c’era più confusione che ad un mercato rionale!. Gli altri “amici” perfidi, pur accontentandolo, gli hanno fatto notare che se palla disturbata c’era stata doveva esse colpa del “disturbo” arrecato da un tiro così sciaguratamente portato! Al sig. Lino gli era preso il sacro fuoco del “marcatore”. Segnava i colpi del povero e frastornato Gino che per poco non gli mette le mani addosso quando questi per errore, solo per errore, gli aumentò un colpo in una buca che per la verità in quel momento, per fortuna, solo per fortuna, gli stava regalando incredibili sensazioni di insperata destrezza. Aldo, il mio proprietario giocava senza infamia e senza lode! Ogni tanto partivano certe “raffazzonate” che a vederle non si capiva bene se tentava di praticare il nobile sport, per quanto difficile, o preparava il campo per una semina di patate! Quando, però, i pensieri che l’accompagnavano all’’improvviso s’eclissavano e sparivano dalla sua testa, allora col solito “legnetto” 5, di tanto in tanto, riusciva anche a sentirsi soddisfatto, ringraziando il buon Dio di non aver speso inutilmente i soldi per andare a fare una “figuraccia” nel sud dell’Italia!

S’arrivò così al giorno previsto per la partenza! Un po’ di musi lunghi, uno strano silenzio e solo qualche considerazione sul tempo che scorre velocemente quando si è in vacanza. Ci ricaricano nel portabagagli, in verità un po’ moggi e rattristati. Il viaggio scorre veloce e finalmente, non senza qualche nostalgia, mi riunisco al mio sospirato e amato carrello al glorioso “Golf Club Belmonte” dove mi faccio una riposante e soprattutto liberatoria dormita.
(aldo.s.)

Ho un cuore anch’io !

settembre 2nd, 2009

Mi tiene tra le mani come se fosse la prima volta che vede una pallina da golf! Un “regalo” per un articolo pubblicato su una nota, autorevole e diffusissima rivista di settore “Golf & Turismo”. Mi guarda e riguarda e dall’espressione del suo viso capisco che ha riposto in me tutte le sue speranze per “una giornata sotto il par”. D’improvviso mi stringe nel palmo della mano, quasi mi soffoca. “Aldo fra 5 minuti tocca a te”! La mano per la verità oltre che ben stretta, è diventata anche un po’… “bagnata”. Credo sia l’immancabile emozione della partenza, di qualsiasi “tee time”! Delicatamente mi appoggia su un rosso tee. Lo guardo strizzandogli l’occhiolino: “Ciao, non ti preoccupare, stai calmo, guardami sempre e lancia tranquillo il tuo swing, e, come ripete il tuo maestro Giovanni: fai finta che io non ci sia ”! Lo sento
respirare profondamente, credo per cercare di recuperare una calma ormai svanita. Mi “tappo le orecchie” e chiudo gli occhi e d’improvviso….ooops..mi sento sospinta verso il blu del cielo. Com’è bello il campo da golf visto da quassù! Voltandomi guardo giù e il “mio campione”, che mi guarda estasiato, diventa man mano sempre più piccolo che quasi non lo distinguo più. In un irreale silenzio mi sento libera, giro e rigiro su me stessa provando un’indescrivibile sensazione di leggerezza. Sto volando
diritta, alta e veloce verso una bandierina con drappeggiato un enorme numero “1“. “Ahi” grido urtando qualcosa e, interrotta la mia stupenda traiettoria, precipito in verticale verso un “mare verde”. Rimbalzo, rotolo e finalmente mi fermo. Cerco di ripulirmi al meglio, mi guardo intorno: enormi fili d’erba mi circondano e m’impediscono di vedere oltre, riesco a malapena a scorgere le bianche foglie di una margherita che china su di me mi incoraggia e conforta. Più in là una lumachina se ne va bellamente e tranquillamente a spasso su un filo d’erba ignorando il dramma che sta avvenendo. Sento la voce del mio “campione”: chissà dove sarà ? Se non fosse stato per quel benedetto ramoscello sarei arrivato senz’altro in green! “Sono qui, sono qui”, urlo, mentre un grosso piede quasi mi calpesta. Con la gioia nel cuore ed il sorriso negli occhi di chi inaspettatamente ritrova qualcosa o qualcuno che credeva perduto, esclama : Eccola qui ! L’ho trovata ! E’ proprio la mia ! E’ simpatico il mio campione, tutto sudato ed affannato. Lui però mi osserva preoccupato, scruta tutti i fili d’erba che mi ricoprono, e scuotendo la testa estrae dalla sacca un ferro “ 9 “ sperando, con mal celata sicurezza, che quello sia il fero giusto per “tirarci” fuori da questa situazione. La “testa” del ferro nove mi si avvicina lentamente, quasi volesse rassicurarmi: “non ti preoccupare, mi sussurra, ce la faremo ad uscire da questo raff” . Mi passa più volte vicino con velocità crescente, sollevando “nuvole”d’erba che, ricadendo, svolazzano di qua e di là. “Dammi un bel colpo deciso” grido per scuoterlo dal timore di portare il colpo! Ooops….mi trovo di nuovo a volare e questa volta mi fanno compagnia anche fili d’erba, foglie ed una compatta zolla di terra con i quali però non riesco a fare amicizia, tutta intenta a perseguire il mio, anzi “nostro” obiettivo . “Arrivo bandiera n. 1, arrivo!” I numerosi fili d’erba e la zolla hanno rallentato, però, il bel colpo, portato con una certa maestria, tant’è che cado in quello che, visto dall’alto, mi sembra un “deserto”. Sabbia a destra, a sinistra avanti, dietro e quel che è peggio sotto. “Ci mancava pure il bunker, oggi” sussurra il mio campione, quasi sotto voce, ostentando un finto sorriso rivolto ai suoi compagni di gioco! Il ferro “ S “ non mi sfiora, non si avvicina più di tanto: “Ehi rischi di non colpirmi se continui a stare così lontano!” “Non posso avvicinarmi ma sta tranquilla ti colpirò, o si ! se ti colpirò”! Un colpo preciso, non molto “alto né lungo” e questa volta atterro dolcemente su un morbido e soffice tappeto d’erba. Mi hanno seguito, in ordine sparso, anche tantissimi granellini di sabbia che hanno ricoperto tutt’intorno al me, l’intenso verde. La bandiera col numero “ 1 “ ormai è vicina, non più di tre, quattro metri. Il mio campione si sfila lentamente il guanto con fare sicuro, ma io, che ormai lo conosco bene, so che tumulto c’è nella sua testa! Spero d’imbucare! Un “ 4 “ su un par 3, col mio handicap, non è poi così male! E se sbaglio! Prende posizione, stringe il putt quasi a spezzarlo, guarda e riguarda un’immaginaria linea tra me e la buca, a dir la verità, da qui, “piccolissima” ! “Dai proviamo, fammi rotolare dolcemente ed al resto penso io, promesso”! Sono sospinta proprio come avevo chiesto, schivo una foglia, un fuscello ed anche un piccolo vermicello che passeggia a zonzo sul green, rotolo lentamente e mentre mi sto per fermare guardo, a mezzo centimetro davanti a me la “profondissima” buca che vorrebbe inghiottirmi! Vorrei fermarmi qui sul bordo “ho paura del buio e poi mi farò male” ma, voltandomi indietro scorgo lo sguardo del mio campione (tra lo speranzoso e il timoroso) mi osserva trattenendo il sospiro e…credo stia pure pregando. M’intenerisco e in un attimo chiusi gli occhi, mi lascio cadere ! In fondo anche una “titleist 3…..ha un cuore” !
ALDO SETTIMI

Tutta colpa della grammatica

settembre 2nd, 2009

Dopo una breve pausa estiva che mi ha costretto alla forzata astinenza dal “praticare” per “venire incontro” alle giuste richieste, avanzate questa volta, in modo fermo e deciso dalla mia consorte di passare “un periodo di ferie senza l’ombra di una pallina all’orizzonte”, sono finalmente ritornato sul green !.

E’ un caldo sabato di agosto al Golf Belmonte ritrovo i miei soliti e stressati amici con i quali, dopo aver rimembrato sull’inutilità delle ferie appena finite, passate ad oziare lontano dal green, decidiamo di fare una “garetta” tra di noi. Io e Quirino contro Gino e Lino. Da subito mi assalgono strane perplessità e vuoti di memoria: non riesco a posizionare al meglio il grip, non trovo più la posizione nell’address, non mi ricordo la sequenza dello swing e, insomma, niente mi risulta familiare. Mi convinco che la forzata inattività mi abbia arrugginito per non usare un altro termine del tutto fuori luogo per questa rubrica.

Buca 1, poggio la pallina sul tee mentre mi assale una strana tensione, mai provata fino ad allora. Dopo tutto è una semplice garetta tra amici! Che diamine ! Mi accingo, perplesso e timoroso, a colpire la palla ! Cerco di rassicurarmi, e ormai intimamente certo della sicura “falsa partenza” e i conseguenti, immancabili ed inevitabili lazzi degli amici, trovo, ancor prima di tirare, una scusante “per salvare il salvabile”: incolperò il lunghissimo periodo (15 giorni !!) trascorso lontano dal campo di golf.

Respiro con calma e porto lo swing, leggero, senza forzare e finisco con una posizione degna del miglior Tiger Woods. La palla vola alta e lunga finendo, cosa rarissima per me, ad un metro dal green. Il successivo approccio, millimetrico, mi porta a pochi centimetri dalla buca e al terzo colpo, caso più unico che raro, chiudo la famigerata buca 1 con un incredibile par! Quasi non credo ai miei occhi e con falsa modestia cerco, con un malcelato sorriso, di scoprire i pensieri dei mie amici ! I loro complimenti mi convincono che forse astenersi dal giocare a golf per un certo periodo può far anche bene!

“Se continui così domani, in gara, giocherai da Dio” mi dice Quirino. Stà di fatto che per
tutte le nove buche tutto quello che prima delle famigerate ferie non mi era mai riuscito mi tornava facile come se avessi improvvisamente acquisito tutti i fondamentali del golf e, quello che è più strano, è che improvvisamente riuscivo a mettere in pratica tutti i consigli del mio maestro Giovanni, tutti nessuno escluso ! Portento dell’astinenza ! Termino le 9 buche con un risultato da favola: 19; che mi dà anche il diritto ad un freschissimo aperitivo.

Il giorno dopo è gara vera. Mi piazzo sul tee e mentre mi posizioni per l’address mi
ritornano rimbombano nella testa le parole del mio amico “…….giocherai da Dio”. Forte di questa consapevolezza, lancio il mio primo swing. Il disastro completo mi lascia “basito”! Com’è possibile ? Cos’è successo ? Domande che per tutte le 18 buche, diventate un vero e proprio calvario, mi ripeterò continuamente. Chiudo la gara con un mesto 14. Mai successa una cosa del genere ! Le mie certezze vacillano e si disperdono sotto questo implacabile caldo insieme alle mie abbondanti gocce di sudore !

Un dubbio, che man mano diventa certezza si fa largo nella mia mente: Vuoi vedere che ho interpretato male quanto mi andava ripetendo il mio amico “………giocherai da Dio” forse voleva intendere “…..giocherai d’addio” (nel senso che sarebbe stato meglio dire “addio” a questo stupendo, ma per me impraticabile, sport).

Tutta colpa di un apostrofo mal posizionato ! Accidenti alla grammatica !

A.S. 30/09/2006

La vita è un par 5

settembre 2nd, 2009

La donna e la bambina erano ferme sulla sommità della collina vicino al tee della buca 1.

Davanti a loro il fairway scendeva dolcemente, terminando in uno splendido laghetto trasparente con al centro una fontana che si ergeva alta verso il cielo.

Appena oltre il lago, protetto da due alti bunker, vi era un largo green con la bandiera leggermente spostata a destra.

“Questo, Laura, è un par 3 –disse la donna- devi cercare di superare il lago e tirare un po’ a sinistra, perché così la palla rotolerà lungo la pendenza naturale del terreno”.

La bambina fissava incantata il paesaggio quando qualcosa si mosse vicino agli alberi che circondavano la vallata.

“Guarda zia, un capriolo!”

“Ce ne sono tanti nella zona. Ti corrono incontro. E’ come se volessero giocare con noi.

Ci sono anche dei leprotti che sfrecciano come il vento dietro alle nostre palline”.

La bambina continuava a guardare con gli occhi spalancati.

La donna si avvicinò alla grande sacca che aveva a lato, meditò un attimo e prese un ferro 9.

Mise poi la pallina sul terreno appoggiandola ad un piccolo tee di legno.

“Titlest Pro V1n. 3” disse.

Guardò verso la bandiera e si addressò mirando leggermente a sinistra. Si allontanò di un passo, fece un movimento di prova e poi tornò sulla palla.

Teneva delicatamente nelle mani il ferro, come si tiene un “passerotto” che non deve sfuggire, ruotò le spalle verso destra tenendo fermo il bacino poi, in un attimo, con una frustata colpì la palla portando le braccia verso il cielo.

Il suo swing era perfetto, preciso, pieno di grazia.

La palla volò in alto, oltrepassò il lago, rimbalzò sul green e rotolò a meno di un metro dalla bandiera.

La donna rimase ferma nella sua posizione, poi si spostò e guardò la bambina.

“Gioca un legno 7. Fai come in campo pratica. Non guardare il lago e concentrati”.

La bimba esitò poi prese il legno che la donna le porgeva. Posizionò la palla e si addressò titubante.

“Guarda la direzione. Metti a posto i piedi e fai una prova.”

La voce della donna era ferma. La bambina ubbidì e colpì la palla senza convinzione.

Questa fece un piccolo sobbalzo, rotolò velocemente lungo la collina, rimbalzò contro un albero e cadde nel lago. La bambina teneva gli occhi bassi e non si muoveva.

“Stai ferma con la testa, ti sei alzata. Non devi guardare subito”.

“Gioca questa Pinnacle adesso. E’ più morbida.”

La donna le porse una pallina rosa. La bimba sorrise.

“Concentrati, ogni tiro segue regole diverse. Non pensare a prima”.

La piccola sospirò. Con gli occhi fissi sulla palla alzò il legno e tirò. La palla si alzò velocemente, passò sopra la fontana e per un attimo sembrò esitare ondeggiando fra gli spruzzi poi, come per incanto, continuò il suo percorso, rimbalzò sul green, ma inesorabilmente rotolò velocemente da un lato fino a cadere nel bunker destro.

Il volto della bambina si rabbuiò.

“Hai fatto un bel tiro – disse la donna- hai preso solo un brutto rimbalzo, è stata sfortuna”.

La donna la guardò con dolcezza.

“Sai perché io amo questo sport? Perché il golf è come la vita. Giochi solo contro te stesso e solo per te stesso. Alterni un colpo sbagliato ad uno meraviglioso. A volte la fortuna ti sorride, a volte le difficoltà e le insidie hanno il sopravvento. Pensi di aver fatto tutto ciò che la mente, la routine ed il corpo ritengono necessario, ma ecco che un rumore esterno, un pensiero, una paura, un ricordo, possono farti fare un flop, un “rattone”, uno slice.

Ma non bisogna mai arrendersi perché il prossimo tiro, la prossima occasione potrà essere diversa. L’importante è concentrarsi, andare avanti, affrontare le nuove difficoltà che si presentano.

Tiro dopo tiro, giorno dopo giorno. Buca dopo buca, anno dopo anno.

La tua volontà si unirà al tuo destino e se riuscirai a pensare che hai fatto quello che potevi e che la prossima volta forse potrai fare di più, allora avrai capito la vita”.

Prese la sacca e si avviò giù lungo la collina.

La bambina la seguiva lentamente, mentre una famiglia di papere tagliò loro la strada. La bambina rise. Costeggiarono il lago ed arrivarono al green seguite in lontananza dalle papere.

La donna prese un sand dalla sacca e lo porse alla bambina.

“Mira dietro alla palla e finisci il colpo”.

La bimba scese nel bunker; sembrava sprofondata in una duna nel deserto, la sabbia bianca la circondava completamente. Fece un tiro deciso e la pallina rosa si alzò in una nuvola di sabbia e si piantò vicino alla bandiera.

“Brava, ora rastrella la sabbia”. Le disse la donna avviandosi verso la bandiera. La tolse e la posò delicatamente a bordo green. Si chinò e studiò la linea del putt. Poi prese il putter, ondeggiò le braccia come un pendolo e colpì la pallina che rotolò appena sopra la buca, per poi scendere e sparire dentro con il suo caratteristico rumore.

“Bello!” urlò la bambina.

“Ora tocca a te” disse la donna.

La piccola prese il suo putter e si posizionò sulla sua pallina rosa. Guardò la linea del putt e poi la donna.

“Devi crederci Laura”.

La bambina si fece seria e colpì la palla senza esitazioni. La palla rotolò nella buca.

“Perfetto. Non hai avuto paura. Non bisogna mai avere paura nel golf come nella vita. Hai fatto 5 colpi in questa buca considerando l’errore e la penalità. Hai preso 2 punti Stableford, quindi alla fine hai salvato la buca. Come vedi nulla è impossibile.”

La bambina contenta raccolse la sua Pinnacle rosa e la mise nella sacca.

“In questo sport occorre determinazione e freddezza. Se sbagli un colpo non devi abbatterti perché con quelli successivi puoi recuperare. Se fai un tiro perfetto non ti devi esaltare, perché con quelli successivi lo puoi vanificare. Quando “sbagli” una buca pensa alla prossima.

Io ho cominciato a giocare alla tua età e ancora oggi, quando voglio dimenticare le delusioni, le tensioni, i problemi quotidiani vengo in campo, gioco qualche buca e tutto sparisce. Ritrovo me stessa, il mio orgoglio ed il mio coraggio”.

La donna prese l’asta della bandiera e la infilò nella buca.

Il viso della bimba si illuminò mentre le papere lentamente si tuffavano nel lago. Una dopo l’altra.

“Adesso andiamo Laura. Prendi la sacca. La prossima buca è un par 5. E’ lunga e impegnativa. Preparati”.

La bambina corse avanti saltellando, la donna fece un lungo sospiro e sorrise.

Laura camminava decisa, senza guardare indietro, determinata.

Si sentiva pronta per la prossima buca. Per la prossima sfida. Per la vita.

Maria Luisa Pomponi
Golf Club San Valentino

Una gara di fine luglio

settembre 2nd, 2009

Fine Luglio. Gara della domenica. Ma non una gara qualunque… una di quelle dove anche l’ultimo classificato riceve premi, gadget, polo,matite, riviste e tutto quello che per un golfista è un indispensabile incentivo per sopportare 5 ore sotto il sole, con 40 gradi e una fantastica abbronzatura finale con maglietta bianca stampata sulla pelle.

Il golfista è però per definizione metodico,preciso e ossessivamente pignolo, e cerca quindi in ogni modo di pianificare al meglio la giornata, partendo proprio dalle condizioni climatiche e, come ogni turista che si rispetti, organizza la “partenza intelligente”.

Come prima mossa quindi si tuffa in segreteria alle 7.30 del mattino, 10 giorni prima della gara da lui tanto attesa, e segna il suo nome con aria soddisfatta nel primo flite: partenza alle ore 7.30 con altri tre giocatori che non conosce.

Convinto di aver scampato il grande pericolo chiamato caldo scopre durante la settimana che lui, povero dilettante, gioca 25 di hcp mentre i suoi tre compagni sono rispettivamente 2, 1.5 e 3.

Non sarà il caldo a tormentarlo per 5 ore ma profonde umiliazioni lo accompagneranno durante la giornata.

Incuriosito si reca in segreteria e scopre che per una strana e incomprensibile sorta di gerarchia di circolo i giocatori con hcp inferiore a 5 ottengono le tanto agoniate “partenze intelligenti” mentre gli “altri” non ne hanno diritto.

Arriva finalmente il giorno della gara. Il nostro amico arriva al circolo alle 6.30; per l’agitazione di partire per primo, dopo tanti anni di tentativi falliti, ha dormito poco e pensato tutta la notte un po’ al suo swing e un po’ ai suoi avversari.

Finalmente il bar apre, ma mentre beve il suo caffè vede arrivare i tre piccoli Tiger che si stanno domandando chi sia quel tal Mario che è in flite con loro e tentano di indovinare il suo hcp.

Mario,così si chiama il nostro sventurato golfista, è completamente nel panico. Ma ormai non può ritirarsi. E’ giunta l’ora. Con la sua sacca appesantita dalla quantità industriale di gadget e bevande ritirati insieme allo score, si dirige solo e tremante sul tee della buca 1.

Incontra i tre e comincia a fare battute così imbarazzanti che il gruppetto di amici capisce che ci deve essere qualcosa che non va… e guardando lo score di Mario leggono…hcp 25!

Tra di loro comincia una piccola lite; nessuno vuole segnare i colpi del povero Mario e frasi come “ non ho voglia di contare fino a 8, faccio troppa fatica” o “ io segno numeri, non x” fanno intristire ancor piu’ Mario che, ovviamente, parte con uno splendido drive di tre metri e conclude la buca con una bella X (come da loro previsto).

Come se non bastasse il tutto condito con risatine, isolamento, parole dette nell’orecchio e il possibile per metterlo in imbarazzo, piu’ di quanto non lo fosse già.

Si trascina sul tee della buca 2 e sente una vocina :”Ritirati! Così impieghiamo nove ore per fare 18 buche!”.

Il leone che c’è in ogni golfista metodico, preciso pignolo ma anche un po’ egocentrico, sfodera le sue armi e vinta la paura iniziale sforna tre par consecutivi.

Ovviamente iniziano a piovere commenti positivi dai tre compagni, che lo elogiano, cominciano a parlare di gare a coppie, gare all’estero, pro-am, fondare un club… e mille altre assurdità, confermate tali quando Mario alla buca 5 sbaglia un approccio. Così ricominciano le risatine e gli sfottò. Questa altalena di commenti si ripete per 4 ore. Un par ti rende loro amico, un birdie un loro fratello… ma attenzione perché un boogey può renderti il loro peggior nemico e possono arrivare a non rivolgerti più la parola. Non si tratta più di chi sei, ma di che hcp hai.

E così nel golf come nella vita un giorno sei in par e i più potenti parlano con te, ma il giorno dopo puoi essere un doppio boogey o una x, e quelli che credevi amici, che ti elogiavano e ti facevano sentire “uno di loro”, ti girano le spalle.

La ruota continua a girare, tornerai a fare par, e loro ti parleranno ancora, ma ora sta a te essere un birdie o essere solo Mario.

Carolina Bortolotti
Chervò Golf San Vigili (Pozzolengo-BS)

L’ultimo putt

agosto 28th, 2009

Buca 18, dopo un pitch finito a due metri dalla bandiera M. prese il putt dalla sacca e iniziò a camminare lentamente verso il green, lontano ottanta metri. Ottanta metri soltanto lo separavano dal colpo della vittoria. Camminava con decisione. Poi ebbe un’esitazione: ripensò per un attimo a quando, trent’anni prima, suo padre lo portò a giocare a golf.

“Vedi piccolo M. – gli diceva – il golf non è solo un gioco: il golf è una metafora della vita. È fatto di lunghe passeggiate su prati morbidi, ma anche di improvvise cadute nelle spaccature della terra. È fatto di dolci declivi verso il mare, ma anche di foreste intricate che sembrano volerti tenere imprigionato per sempre. Il golf è tecnica e resistenza, certo. Ma è soprattutto concentrazione e forza di volontà. Non puoi giocare bene se non ti concedi completamente. Se non ti immergi”.

Per lui era difficile capire. Un piccoletto di nove anni dal fisico gracile. Quei lunghi prati verdi gli sembravano oceani sterminati. Gli alberi che li punteggiavano, giganti dalle mille teste. Quelle buche bianche, di certo, dovevano essere le viscere della terra. E poi c’era la bandiera. Laggiù. Una principessa incatenata al terreno da un maleficio.

“Vedi piccolo M. – gli spiegava con pazienza il papà dopo ogni colpo venuto male – il golf non è un gioco fatto di potenza. Non devi annientare la pallina, devi accarezzarla. Ti vorrà bene, se le vorrai bene”. Poi impugnava il bastone, si piantava deciso sul terreno, lasciava andare le braccia, colpiva. E la pallina si alzava dolcemente, esitava a lungo in aria, quindi rimbalzava, ammaestrata, sul terreno.

A quel punto M. aveva percorso metà degli ottanta metri che lo separavano dal green della buca 18. Quaranta metri, trentanove, trentotto… l’ultimo putt, quello decisivo, si avvicinava.

“Vedi piccolo M. – gli diceva il papà con la pazienza e la dolcezza che solo chi gioca a golf sa avere – adesso sei a trenta metri dalla buca. Siamo su un par 4 e hai già fatto due colpi. Ne hai altri due per chiudere bene. Devi approcciare la bandiera. Fai come ti ho spiegato”.

M. andò sulla pallina, prese posizione, divaricò leggermente le gambe e piantò i piedi sul terreno. Poi fece un passo indietro e simulò il movimento che avrebbe dovuto fare di lì a qualche secondo. Sciolse i muscoli e i pensieri. Si riposizionò sulla pallina e guardò verso la bandiera. Fu allora che accadde l’incredibile: il green si era avvicinato, la buca era diventata più grande, ben visibile, al centro, i due bunker, ai lati, erano spariti. Tutto attorno c’era solo fairway. Sparite le vigne, spariti gli alberi alla sua sinistra, spariti i cespugli alla sua destra. Solo fairway e green.

M. portò indietro il bastone, scese dolcemente e colpì. La pallina iniziò il suo volo verso la bandiera. Trenta, ventinove, ventotto metri… Atterrò sul green, rimbalzò una paio di volte, poi iniziò a rotolare. Quattro, tre, due… si fermò proprio a due metri dalla buca.

Erano passati trent’anni da quell’approccio. M. era ormai a due passi dal green. Tirò fuori dalla tasca la forchettina bianca con un cuore rosso che la moglie gli aveva regalato qualche giorno prima, la infilò nel terreno e riparò il pitch. Poi andò sulla pallina, la marcò e la tirò su. Le diede una pulita, quindi la ripiazzò. Tutto attorno il pubblico, che aveva accompagnato la sua lunga passeggiata con un insistente brusìo, si zittì di colpo. Era l’ultimo putt, quello che avrebbe sancito la vittoria o la sconfitta. Due metri e una lunga linea ideale tracciata sul prato verde, potevano fare la differenza tra la gloria e la disperazione.

Il piccolo M. non stava più nella pelle. Con il bastone in mano stava andando a puttare per il primo par della sua vita. Erano passati solo due mesi da quando aveva tirato il primo colpo in campo pratica. Aveva fatto grandi progressi, in fretta. Aveva talento, quel ragazzino. Era deciso a buttarla dentro. Sul putting green aveva imbucato centinaia di colpi da quella distanza.

Arrivò sulla pallina, la marcò come gli aveva insegnato il papà, quindi la pulì e la rimise sul green. Poi si chinò per scrutare le pendenze. Era lì, davanti a lui, chiara come il sole: la linea del suo putt. Adesso doveva solo allinearsi correttamente, muovere il bastone come un pendolo e colpire. Con dolcezza, certo, ma senza esitazioni. Attorno silenzio assoluto. Quel giorno il percorso era tutto per lui e per il suo papà che, a una ventina di metri di distanza, lo osservava con le braccia conserte. Era fiero del suo piccolo: stava giocando a golf come avrebbe dovuto affrontare la vita.

Era pronto. Aveva studiato la linea del putt e valutato bene le pendenze. Poi si era allineato. Partì il colpo. La pallina iniziò a rotolare, lenta e decisa. Si avvicinò alla buca, poi iniziò a rallentare fin sul bordo: sembrava essersi fermata, beffarda. Dopo qualche secondo, finì inghiottita dalla terra. M. strinse i pugni. Il papà sorrise compiaciuto. Lo gnomo del green aveva attratto a sé la pallina. M. era sicuro di aver visto la sua manina verde venire fuori dalla buca e acchiapparla. Par, il primo della sua vita. La principessa adesso era libera.

M. era pronto a lasciar partire l’ultimo putt, quello decisivo. Si posizionò e colpì. La pallina iniziò a rotolare verso la buca. Sembrava lenta, debole. Invecchiata di trent’anni. Arrivò fino al bordo e si mise a ondeggiare, in bilico. Dieci, nove, otto, sette secondi… Il pubblico iniziò a rumoreggiare. Il putt della vittoria sembrava volersi prendere beffe del campione. Sei, cinque, quattro secondi che sembravano ore. Tre, due, uno… poi dalla buca venne fuori una manina verde, prese la pallina e la portò con sé nelle viscere della terra. Era lo gnomo del green. Il primo Major della sua vita. La principessa era libera. Ancora una volta.

Mario Bencivinni
Golf Club San Michele

Una giornata di golf

agosto 28th, 2009

Stazione di Milano Centrale.

“Informiamo i gentili passeggeri che il treno EurostarCity 9735 con destinazione Venezia Santa Lucia partirà tra pochi minuti”.

Finalmente dopo 450 km di auto e già due treni alle spalle si torna a casa.

Ho cercato di dormire qualche treno fa, ma c’è stato poco da fare, appena riuscivo a chiudere gli occhi c’è sempre un cellulare che suonava, e spesso era anche il mio: era il lavoro che chiama e mi dovevo quindi anche concentrare nel rispondere.

É che sono due mesi che non penso ad altro, penso solo ad un numero che fra poco potrebbe dare il vero inizio a tutto, un numero che per me è fondamentale mentre per tutti i miei amici è solo fonte di innumerevoli e ripetitive battute: handicap.

“Buonasera a tutti sono il capotreno del treno EurostarCity 9735, vi informo che il treno fermerà nelle stazioni di Bergamo, Brescia, Peschiera del Garda, Padova, Mestre e Venezia Santa Lucia. Vi invitiamo ad abbassare le suonerie dei telefoni cellulari e vi auguriamo buon viaggio con Trenitalia”.

Sarebbe incredibile: prendere l’handicap dopo solo tre mesi di lezioni, sarebbe fantastico.

Ci sono giorni in cui me lo sento già in tasca, giorni dove col ferro 7 metto una dozzina di palline di fila tutte lì, tutte ai cento metri spaccati, poi prendo il Sand e vanno tutte ai cinquanta metri, poi prendo il Rescue, che uso ancora al posto dei legni, e vanno tutte ai centocinquanta.

Amo questo gioco. Ho l’handicap in tasca se tiro così.

“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Bergamo”.

Sabato sono andato a tirare, ad allenarmi prima di una domenica di lavoro dove non avrei visto il campo e prima della lezione settimanale.

Malissimo.

Soket, colpi storti, effetti non voluti e quasi sempre controproducenti, tiri tesi e corti, tiri brutti, troppo brutti.

E ho sudato da matti: fatica, braccia rigide, spalle arrugginite, schiena dolente, tensione, morale alle stalle.

Odio questo gioco. Non prenderò mai l’handicap se tiro così.

“Buonasera signori, biglietti prego”.

Due domeniche fa avevo qualche ora libera e, mentre riflettevo sulla mia vita di coppia, avevo deciso di andare ad esercitarmi nel campo pratica.

Invece trovo L. che si sta scaldando nel puttin green: – allora come andiamo? Ti sono passate le vesciche alle mani? – mi chiede col suo sorriso rilassato, – abbastanza bene grazie, alti e bassi ma sto pian piano migliorando, ora vado un po’ ad esercitarmi in campo pratica – rispondo.

- Lascia stare il campo pratica, andiamo a fare un paio di buche no? Che impari molto di più…e tanto non c’è nessuno… -

E così, anche se io nel campo non potrei ancora giocare, lo seguo, anzi, a dire il vero mi cede l’onore di iniziare: prendo il mio tee, la mia pallina, il mio Rescue, due swing di prova, mi avvicino, colpisco. Cent’ottanta e forse più metri in fairway.

Bene, oggi sono in forma.

Vicino al green un disastro però, i miei approcci fanno danni, e parecchi.

Quello che sembrava un buon inizio finisce con un bel quattro sopra al par.

E così anche le successive. Oggi l’handicap non l’avrei preso, ma la settimana prossima sistemo il Sand, ed è fatta.

“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Peschiera del Garda”.

Lunedì lezione con R., sono arrivato di corsa una decina di minuti prima per scaldarmi con un paio di colpi. Un paio di Pitch: bene, un paio di ferri: bene. Bene.

Arriva, iniziamo: colpi belli, la palla vola, alta e lunga, senza fatica.

R. mi dice che inizio a dargli soddisfazioni, e questo mi riempie di orgoglio: le ore passate in campo pratica, il sudore e le vesciche alle mani allora servono e iniziano a dare i loro frutti.

Iniziamo così a lavorare sulla finalizzazione del colpo, sui dettagli, poche ma significative migliorie che mi modificano quel tanto che basta lo swing per farmi fare qualche colpo a vuoto, c’è da lavorare ancora per far entrare nei miei meccanismi i preziosi consigli di R.

Poi tiro il Rescue: non benissimo, non mi perdona di averlo tralasciato negli allenamenti per il gioco corto. E si vendica. Ma riusciamo a fare pace e nel finale qualche buon tiro parte.

Finiamo con il Sand: bello, morbido, abbastanza preciso, mi sono allenato e si vede.

R. è contento, dice che fra un mese, un mese e mezzo al massimo si può dare la caccia all’handicap.

“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Mestre”.

Sono arrivato, manca ancora un treno per arrivare a casa ma è una tratta breve, il più è fatto.

Sono quasi le venti e trenta, è ormai quasi buio ma non importa, ho bisogno di un po’ di golf: sono stato tutto il giorno seduto fra autostrade e ferrovie attraversando in andata e in ritorno la pianura Padana e ora voglio solo tirare.

Davanti a me ci sono solamente qualche centinaio di metri d’erba, e una pallina.

Mi preparo, stance, address, respiro lento e profondo, chiudo gli occhi per qualche istante, ora mi sento a casa.

Non penso più a nulla, carico lo swing.

E la pallina vola.

26/08/09

Enrico Scudeler

Golf Club Zerman, Treviso