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Dal diario di Gino: come iniziai a giocare a golf

ottobre 9th, 2009

Questi miei appunti non sono un racconto di fantasia. Sono il racconto di emozioni, sentimenti, pensieri. O forse anche di fantasia, perché la fantasia, a volte per modestia ed altre volte per presunzione, ha cambiato qualche parte della realtà. Comincio dalle emozioni, i sentimenti, i pensieri di quando mi avvicinai, ultra sessantacinquenne, all’idea di giocare a golf. Un’ idea che misi subito in atto. Sono giovanile e sportivo e posso vantarmi di essere ancora come un ventenne: “ a me le ragazze piacciono ancora come quando avevo vent’anni, senza differenze. Beh forse una piccola differenza c’è: che non mi ricordo più perché”. Quando lo dissi ad un amico psicologo, questi mi consigliò di dedicarmi di più allo sport. Non pensai al calcetto (difficile: bisogna sempre trovare almeno altre nove persone con cui giocare); non pensai al ciclismo (già lo praticavo, anche se ero passato dalla corsa alla mountain bike); neppure pensai alle bocce (la gente ritiene siano cose da vecchi). Mi ricordai di un inserzione sul giornale locale; parlava di un campo pratica alla periferia della città e si diceva che vi si poteva giocare a golf ad un costo inferiore a quello di due caffè al giorno. “Orpo”, o come in realtà dissi usando il mio linguaggio da scaricatore di porto:”perdindirindina, vado subito a vedere!”. Mi accolse una signora molto gentile, che mi dirottò poi ad un signore altrettanto disponibile: questo signore, che sarebbe diventato il mio maestro, mi accompagnò in un giro panoramico del circolo, spiegandomi che potevo iniziare con qualche lezione pratica, senza necessità di acquistare attrezzi o vestiario adatto: a queste cose, all’iscrizione al circolo e alla FIG avrei potuto pensare poi, se avessi deciso di continuare. “Ottima cosa: cominciamo da domani?” E fu così che divenni golfista. A questa decisione contribuirono sicuramente anche l’ambiente (il verde, la club house, semplice e accogliente, l’assenza di segni di snobbismo). Certo, c’erano anche quelli per i quali il golf non è golf se non è gara: la cosa a me, sportivo per relax e sostanzialmente schivo, dava non poco fastidio, ma pensai che se li conosci li eviti; c’è spazio per tutti. E vivi tranquillo. In più non potevo escludere che mi sarei anche divertito, ascoltando adipi prominenti e fisici in lotta con la prominenza dissertare come simil Tiger Woods. Così iniziai il ciclo di lezioni. Fu un’esperienza dai risvolti contrastanti: chiuso nel gabbiotto a tirare colpi, assumendo posizioni del tutto innaturali, mi sentivo un poco ridicolo e non capivo il perché delle indicazioni del maestro, di cui percepivo l’esperienza e sicurezza, ma da cui avrei voluto non solo indicazioni tecniche, ma qualche spiegazione in più: perché dovevo “addressarmi” in quel modo? perché dovevo usare quel grip? perché proprio quel ferro? e così via. Cominciavo ad avere troppe perplessità e più disagio che divertimento. Mi tornò in mente un incubo che mi perseguitò per qualche tempo, circa mezzo secolo fa. Avevo superato brillantemente l’esame di maturità ed eccomi a godermene il premio: il corso per la patente! Nell’incubo l’istruttore propinava poca teoria, sempre sotto forma di precetti e poca pratica. Mai aprii il cofano di un’auto ed anche la guida era fittizia: stavo seduto su una sedia, con in mano il volante staccato da una vecchia seicento, mentre l’istruttore, bofonchiando brum brum bruum, mi diceva: “alza il piede destro, abbassa il sinistro!” e cose simili; finalmente salii sull’auto di papà, foglio rosa in tasca e un amico patentato al fianco; e mi schiantai contro il primo muro. Per fortuna, nella realtà, le cose andarono meglio. Come pure qui, sul campo pratica, sempre meglio fino al grande giorno, quando, dopo più di una ventina di lezioni, fui accompagnato sul campo vero e proprio. Furono emozioni vere: due ore di tiri, qualche chilo di erba da riposizionare e – incredibilesei buche imbucate. Non sapevo ancora quasi nulla di sopra/sotto il par e non mi preoccupai certo di contare i colpi impiegati: era nato un amore. Un amore che andava consolidandosi, in quel “driving range” ai limiti della città. Un campo dai molti svantaggi: non c’è il paesaggio mozzafiato che i libri descrivono sempre per il campo ideale, la ferrovia è vicina, l’autostrada anche, la discarica non è lontanissima; ma è vicina anche casa mia, così che posso andare “a far due tiri” anche quando non ho molto tempo; volendo posso andare al campo anche in bici! E ci sono anche alcuni altri pregi inestimabili: il circolo ha nel suo dna la diffusione del golf, i costi sono ragionevoli, un po’ di verde (laghetto compreso) c’è e non c’è invece traccia di quella voglia di elitaria chiusura che ho respirato in alcuni campi forse troppo blasonati. Insomma: ci sono tutte le possibilità per fare sport all’aria aperta, mettendoci la quantità di agonismo e di compagnia o di solitudine che ciascuno cerca. E, per quanto non grandissima, c’è pure la club house: la rinomata diciannovesima buca dove bere qualcosa, leggere in pace o fare due chiacchiere. L’amore tra l’aspirante golfista ed il golf era nato e si sarebbe rafforzato; oggi posso raccontarla ai miei nipotini come loro piace, senza dire bugie: Gino ed il golf si innamorarono, ebbero la meglio sulle perfide palline e vissero felici e contenti. (Alberto Magnani )