Stazione di Milano Centrale.
“Informiamo i gentili passeggeri che il treno EurostarCity 9735 con destinazione Venezia Santa Lucia partirà tra pochi minuti”.
Finalmente dopo 450 km di auto e già due treni alle spalle si torna a casa.
Ho cercato di dormire qualche treno fa, ma c’è stato poco da fare, appena riuscivo a chiudere gli occhi c’è sempre un cellulare che suonava, e spesso era anche il mio: era il lavoro che chiama e mi dovevo quindi anche concentrare nel rispondere.
É che sono due mesi che non penso ad altro, penso solo ad un numero che fra poco potrebbe dare il vero inizio a tutto, un numero che per me è fondamentale mentre per tutti i miei amici è solo fonte di innumerevoli e ripetitive battute: handicap.
“Buonasera a tutti sono il capotreno del treno EurostarCity 9735, vi informo che il treno fermerà nelle stazioni di Bergamo, Brescia, Peschiera del Garda, Padova, Mestre e Venezia Santa Lucia. Vi invitiamo ad abbassare le suonerie dei telefoni cellulari e vi auguriamo buon viaggio con Trenitalia”.
Sarebbe incredibile: prendere l’handicap dopo solo tre mesi di lezioni, sarebbe fantastico.
Ci sono giorni in cui me lo sento già in tasca, giorni dove col ferro 7 metto una dozzina di palline di fila tutte lì, tutte ai cento metri spaccati, poi prendo il Sand e vanno tutte ai cinquanta metri, poi prendo il Rescue, che uso ancora al posto dei legni, e vanno tutte ai centocinquanta.
Amo questo gioco. Ho l’handicap in tasca se tiro così.
“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Bergamo”.
Sabato sono andato a tirare, ad allenarmi prima di una domenica di lavoro dove non avrei visto il campo e prima della lezione settimanale.
Malissimo.
Soket, colpi storti, effetti non voluti e quasi sempre controproducenti, tiri tesi e corti, tiri brutti, troppo brutti.
E ho sudato da matti: fatica, braccia rigide, spalle arrugginite, schiena dolente, tensione, morale alle stalle.
Odio questo gioco. Non prenderò mai l’handicap se tiro così.
“Buonasera signori, biglietti prego”.
Due domeniche fa avevo qualche ora libera e, mentre riflettevo sulla mia vita di coppia, avevo deciso di andare ad esercitarmi nel campo pratica.
Invece trovo L. che si sta scaldando nel puttin green: – allora come andiamo? Ti sono passate le vesciche alle mani? – mi chiede col suo sorriso rilassato, – abbastanza bene grazie, alti e bassi ma sto pian piano migliorando, ora vado un po’ ad esercitarmi in campo pratica – rispondo.
- Lascia stare il campo pratica, andiamo a fare un paio di buche no? Che impari molto di più…e tanto non c’è nessuno… -
E così, anche se io nel campo non potrei ancora giocare, lo seguo, anzi, a dire il vero mi cede l’onore di iniziare: prendo il mio tee, la mia pallina, il mio Rescue, due swing di prova, mi avvicino, colpisco. Cent’ottanta e forse più metri in fairway.
Bene, oggi sono in forma.
Vicino al green un disastro però, i miei approcci fanno danni, e parecchi.
Quello che sembrava un buon inizio finisce con un bel quattro sopra al par.
E così anche le successive. Oggi l’handicap non l’avrei preso, ma la settimana prossima sistemo il Sand, ed è fatta.
“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Peschiera del Garda”.
Lunedì lezione con R., sono arrivato di corsa una decina di minuti prima per scaldarmi con un paio di colpi. Un paio di Pitch: bene, un paio di ferri: bene. Bene.
Arriva, iniziamo: colpi belli, la palla vola, alta e lunga, senza fatica.
R. mi dice che inizio a dargli soddisfazioni, e questo mi riempie di orgoglio: le ore passate in campo pratica, il sudore e le vesciche alle mani allora servono e iniziano a dare i loro frutti.
Iniziamo così a lavorare sulla finalizzazione del colpo, sui dettagli, poche ma significative migliorie che mi modificano quel tanto che basta lo swing per farmi fare qualche colpo a vuoto, c’è da lavorare ancora per far entrare nei miei meccanismi i preziosi consigli di R.
Poi tiro il Rescue: non benissimo, non mi perdona di averlo tralasciato negli allenamenti per il gioco corto. E si vendica. Ma riusciamo a fare pace e nel finale qualche buon tiro parte.
Finiamo con il Sand: bello, morbido, abbastanza preciso, mi sono allenato e si vede.
R. è contento, dice che fra un mese, un mese e mezzo al massimo si può dare la caccia all’handicap.
“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Mestre”.
Sono arrivato, manca ancora un treno per arrivare a casa ma è una tratta breve, il più è fatto.
Sono quasi le venti e trenta, è ormai quasi buio ma non importa, ho bisogno di un po’ di golf: sono stato tutto il giorno seduto fra autostrade e ferrovie attraversando in andata e in ritorno la pianura Padana e ora voglio solo tirare.
Davanti a me ci sono solamente qualche centinaio di metri d’erba, e una pallina.
Mi preparo, stance, address, respiro lento e profondo, chiudo gli occhi per qualche istante, ora mi sento a casa.
Non penso più a nulla, carico lo swing.
E la pallina vola.
26/08/09
Enrico Scudeler
Golf Club Zerman, Treviso
Il golf è uno sport che ha molto da offrire, sia in termini di esercizio fisico che di relazioni sociali, può essere praticato da persone di tutte le età e non richiede capacità particolari. In ogni caso, come in qualsiasi altro sport, anche in questa pratica possono capitare degli infortuni. Alcuni studi hanno evidenziato che nel novero degli infortuni collegati al golf, quelli che colpiscono la regione lombosacrale sono i più comuni [1,2,3]. I fenomeni che ne conseguono possono essere di natura acuta e traumatica, oppure emergere gradualmente come effetto di un sovrallenamento.