Dal diario di Gino – Io e le palline: un rapporto burrascoso

febbraio 1st, 2010 di Golf Up Leave a reply »

La delusione di una vita a volte nell’errore di un momento: mai fatto slice?

Io si. Spesso nel passato. Un passato che non è passato; adesso è tornato.

E proprio adesso, che sono partito per primo grazie al mio handicap, più basso rispetto a quello del mio amico e rivale, che mi osserva attento.

Un sorriso si disegna sul suo viso: sarebbe o vorrebbe essere un sorriso di comprensione, ma a me appare un sorriso di derisione.

E so per certo di chi è la colpa.

Di quella orrenda cosa tonda: la mia pallina.

Anche le cicale, con il loro interminabile concerto, ripetono:”è colpa sua, è colpa sua, è colpa della pallina, della pallina, della pallina”. Le sento bene.

“Non mettere i gomiti sul tavolo, quando mangi”

“Ricordati che è il cucchiaio che va alla bocca, non la bocca al cucchiaio”

“Non parlare mentre mastichi e mastica a bocca chiusa”

“Non fare bocconi troppo grossi: stai mangiando, non stai abbuffandoti”

“Comportati bene, non essere aggressivo, cerca di essere sempre gentile”

“E tieni la schiena bella diritta”

“E non gesticolare troppo, quando parli.”

Nella mia immaginazione sono tornato indietro di sessant’anni, con la nonna impegnata a darmi la quotidiana lezione di bon ton. Con la sua voce dolcissima, ma con la fermezza di un comandante dell’esercito.

“E non strizzare le palline da golf” Aggiungo mentalmente io, mentre – rivivendo quei momenti col pensiero fermo al tiraccio appena fatto- tengo la pallina ben stretta nella mano e desidero che questa si trasformi in una morsa d’acciaio. Una morsa fatale.

Sono sul tee di partenza, stizzito, dopo quel tiro disastroso, tutto a lato fino a sfiorare l’ostacolo d’acqua. Anche la anatre, che sguazzano nel laghetto, sembra stiano ridendo.

E strizzo sempre più la mano. Vorrei con tutta la mia forza martellare la pallina, con un ferro pesante (magari il tre), ma mi ricordo delle regole di etichetta (grazie, nonna!). Però faccio fatica a controllarmi.

“Che fai?”

La voce del mio compagno di giro sul campo mi richiama alla realtà.

“Maledetta cosina tonda, ma chi crede di essere? Crede di poter andare dove vuole lei!?”

“La pallina non va dove vuole lei: va dove l’hai mandata”

“Io non l’ho mandata a destra, questa presuntuosa; qualcuno si è anche preoccupato di stabilire che deve essere rotonda (mai visto una pallina quadrata?), hanno regolamentato anche diametro e peso,ma perchè non hanno anche stabilito che deve andare dove voglio io?”

Il mio amico psicologo non desiste.. Si appoggia al suo drive e prosegue con aria serafica:

“Sicuro? prova a non prendertela con lei”

Adesso mi fa una lezione sulle proiezioni o su altri meccanismi di difesa, penso con un certo terrore.

“Cosa dovrei fare? Accarezzarla e baciarla?”

“ Beh, non esageriamo, prova a non perderla d’occhio fino a che l’hai colpita, ma non concentrarti su di lei. Concentrati sull’azione e sul tuo corpo”

“Dovrei concentrarmi sulle mie belle gambe?” (bugia)

“Dai Gino non fare il fesso. Senti il tuo respiro e fai uno swing dolce e deciso, divertente, come un movimento sull’altalena. Ti ricordi come era bello il dondolio sull’altalena? E come era dettato da

colpetti morbidi, ma decisi? Cerca la stessa fluidità, senza smettere di guardare la pallina fino a che se ne è andata.”

Tenerla d’occhio, swingare come se fossi sull’altalena, dolce e deciso. Me lo ripeto tre volte.

“Dolce? Ma così non va lontano…”

“Prova e vedrai; e poi: conta di più che vada lontana o che vada diritta sul fairway…o no?”

“Già”

Tenerla d’occhio, swingare come se fossi sull’altalena, dolce e deciso” Me lo ripeto altre tre volte.

“Ma il respiro?”

“Hai mai visto uno immergersi mentre inspira?”

“No, io mi immergo dopo avere inspirato e mentre espiro con calma, dopo una pausa tra un respiro e l’altro”

“Bravo, prova a fare lo stesso”

Lo faccio, e la pallina finisce proprio sul green. La pallina è diventata una cosina affascinante.

“Bedda mia! Gioia di papà!”

E mi sento Tiger Woods, o quasi.

Alla prossima buca e a quelle dopo cercai di comportarmi come mi ha consigliato Bruno (l’amico psicologo).

Seguendo un altro dei suoi consigli, mi allenai a ripetere la procedura sempre più spontaneamente, senza preoccuparmi di seguire delle istruzioni o degli schemi. Funzionò.

Solo (ipocrita!) due volte atterrò in green, comunque sempre vicino, sempre in fairway e con un bel volo alto e diritto!. La pallina era diventata sempre più affascinante.

Per poco, guardandola, non si trasformò nella fata turchina. Una fata turchina in tanga.

Anche se ero certo che avrei fatto ( come ho fatto e faccio) ancora vergognosi slice, ormai non sarei più stato capace di odiarla: al massimo avrei trovato la pallina un poco…indisponente. L’avrei trovata o lo è? Cosa direbbe Amleto? Fifty fifty?

La mia stretta sarebbe sempre stata, da allora in poi, più delicata, tutto il mio movimento sarebbe stato più dolce e – miracolo!- avrei scoperto di poter concedere alla dolce strega rotonda qualche deviazione dalla rotta che mi ero prefigurato.

Senza pensarla nella pressa di uno sfascia carrozze.

Con appena un cenno di stizza. Questo si: amore e odio. Tiro e pallina. Impegno e divertimento: altrimenti perchè giocare a golf?.

Alberto Magnani

Vergari golf school- Piacenza driving range

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