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St. Andrews – 16/19 ottobre 2009

ottobre 20th, 2009

Questo viaggio parte da lontano, è il mio regalo di compleanno per i 40… ormai passati da quasi quattro anni. Prima che cadesse in prescrizione, insieme al carissimo amico Riccardo, decidiamo in una calda sera d’estate che il clima fresco della Scozia è proprio quello che ci vuole.

Mi incarico dell’organizzazione: una prima rapidissima verifica dice che finalmente Easyjet ha attivato un volo diretto Malpensa-Edinburgo, e questo è il primo tassello del viaggio. Consiglio a tutti coloro che vogliano seguire il nostro esempio di pagare in anticipo il trasporto delle sacche e del bagaglio, che altrimenti diventa costosissimo.

Lo step successivo è stato quello di ricercare una sistemazione, memore di viaggi fatti in passato ho pensato immediatamente alla soluzione Bed&Breakfast, andando a ricercare sul sito dell’associazione dei B&B di St. Andrews ne ho trovato uno che aveva una caratteristica per noi prioritaria: era in pieno centro, a due passi dai campi. Il Kinburn Guest House . Ho prenotato via mail alla gentilissima Elaine che si è sempre dimostrata pronta e cortese a rispondere a qualsiasi curiosità e richiesta.

Intanto, in parallelo, procedeva la ricerca dei campi su cui giocare. Dando per scontato un tentativo per l’Old Course, rimanevano due giorni per provare percorsi diversi. Dando per scontato che volevamo giocare esclusivamente dei links, il venerdi, giorno previsto di arrivo, c’erano vincoli di tempo a disposizione, per cui si è pensato ad un percorso lungo l’itinerario di avvicinamento a St. Andrews.

La scelta è caduta sul Balcomie Links di Crail , settimo campo per ordine di anzianità al mondo risalendo al 1786 e opera di Old Tom Morris,

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mentre per la domenica, giorno in cui a St. Andrews non si gioca (i percorsi sono su terreno pubblico e diventano dei parchi dove tutti possono passeggiare), abbiamo optato per Kingsbarns , anche in virtù del fatto che la settimana precedente avrebbe ospitato il Dunhill Links Championship, per cui sarebbe stato in condizioni eccellenti.

Altre alternative considerate, che sicuramente sarebbero state altrettanto belle, sono: Scotscraig Golf Club, Lundin Golf Club e Ladybank Golf Club.

Prenotati questi due campi (in entrambi i casi è facilissimo farlo via internet, compreso il pagamento on line) e l’auto, ormai tutto era definito.

Il giorno precedente alla partenza, nonostante le previsioni del tempo positive, ma consci delle “gufate” di un nutrito stuolo di amici, carichiamo ogni sorta di antipioggia nel bagaglio, per essere preparati al peggio.

Il venerdi mattina, lasciata la macchina in aeroporto, ci rechiamo al banco Easyjet per la partenza. Il mio sarcofago per la sacca suscita un po’ di perplessità nell’addetta al checkin, non molto abituata a vederne, ma si imbarca senza problemi.

Giunti ad Edinburgo, ritiriamo immediatamente l’auto e ci mettiamo in moto verso nord. Il tempo è buono, cielo sereno e vento non troppo forte, e in meno di un’ora siamo a Crail. Ci cambiamo velocemente le scarpe, andiamo al pro-shop a confermare il nostro arrivo (i 45£ erano già pagati) e ci dirigiamo immediatamente al tee della 1, immediatamente dietro, a picco sul mare. Il vento si fa sentire, ma non è terribile, per cui con qualche accorgimento si può giocare senza problemi.

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La cosa che più ci colpisce è però il profumo del mare, fortissimo, visto che fin dal primo fairway il percorso corre proprio sul mare, con diversi punti in cui si è a picco (il green della 3 è appena sulla sinistra rispetto alla scogliera) oppure si passa direttamente sopra al mare per dirigersi verso il green, come alla buca 5 nella foto sotto.

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Prima che arrivi l’oscurità riusciamo a giocare 14 buche, divertendoci come dei pazzi anche dopo avere visitato alcuni dei famigerati pot bunker disseminati lungo il percorso.

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In generale, si tratta di un percorso non lungo, che però diventa impegnativo per via del vento, soprattutto perché le buche cambiano sempre direzione, ma soprattutto divertentissimo. Per tutto il tempo io e Riccardo abbiamo avuto il sorriso stampato sul volto, godendoci ogni colpo e soprattutto, ancora una volta, l’odore del mare. È un campo adatto anche ad handicap alti, visto che non è molto lungo, ma che fa divertire chiunque.

Terminato di giocare ci dirigiamo verso St. Andrews, alla ricerca del nostro B&B, lungo la panoramica strada costiera. Passiamo accanto a Kingsbarns, al Fairmont St. Andrews e al nuovo Castle Course prima di arrivare in città.

Arriviamo al B&B e abbiamo una piacevole sorpresa, è molto curato, con camere spaziose e pulite. È appena passato un altro italiano: Alessandro Tadini vi ha soggiornato in occasione del Dunhill giusto qualche giorno prima.

Sistemati i bagagli andiamo a mangiare un boccone. Ci rechiamo, su consiglio dei padroni di casa, al Dunvegan Hotel , appena girato l’angolo rispetto all’Old Course, dove tutto parla di golf. Le pareti sono letteralmente tappezzate delle foto dei campioni che hanno scritto la storia dell’Open Championship, e anche dei personaggi pubblici che hanno fatto una capatina per una birra dopo le 18 buche.

Il locale pullula di americani e di locali che parlano esclusivamente di golf, i negozi che si vedono dalle finestre hanno solo articoli per il golf, molte delle persone che passano per strada hanno la sacca in spalla, questa città indiscutibilmente vive per il golf!

Terminata la cena ci rechiamo sull’Old Course per un primo feeling con il mito. La club house illuminata a giorno, le luci dell’Old Course Hotel sullo sfondo rendono magico questo momento. Estraiamo di nuovo le macchine fotografiche e iniziamo a scattare come esaltati.

Rientriamo in camera, ansiosi che arrivi mattino, visto che dovremo alzarci presto per metterci in lista d’attesa… il daily ballot ci ha detto male e non abbiamo garanzia di giocare!

Il mattino successivo, svegli presto, full English breakfast e pronti verso l’Old Course. Prendiamo le sacche e ce le portiamo in spalla in giro per il paese, non vogliamo essere da meno rispetto agli esaltati che abbiamo visto in giro.

Prima delle 8.00 siamo alla casetta dello starter, lasciamo i nostri nomi con una buona speranza, siamo solo quinto e sesto in ordine di priorità! Il freddo e il vento, nonostante inizi a splendere il sole, sono intensi per cui immediatamente mi approvvigiono di provvidenziale beriola per tenere al caldo la testa!

Per evitare il congelamento andiamo alla Links Clubhouse, vicino alle partenze del New e del Jubilee Courses. È una cogtruzione moderna e razionale, con una splendida vista sui percorsi che la circondano, con un fornitissimo gift shop, ma soprattutto un bel calduccio…

Rimaniamo in relax per un po’, poi la tensione di sapere se ce l’avremmo fatta riprende il sopravvento e torniamo dallo starter. Questi, gentilissimo, ci dice che siamo saliti al secondo e terzo posto, per cui la speranza cresce ancora.

Alle 11.30 ci dice che i giocatori delle 11.40 non si sono ancora fatti vivi e che in ogni caso alle 12.00 si sono liberati due posti, per cui abbiamo finalmente la certezza di giocare!

Ore 11.35, ci dice che tocca a noi! Paghiamo di corsa le 130£ di green fee, in cambio ci danno un sacchettino con scorecard, stroke saver, alzapitch e tee, e ci prepariamo. Siamo soli in campo, per cui decido di prendere un caddie che ci guidi e aiuti a capire qualcosa del percorso, una corsa alla casetta dei caddie e via pronti sul tee della 1. Un paio di swing di prova, ricerca della concentrazione (durante l’attesa abbiamo visto colpi che nessuno potrebbe nemmeno immaginare – rattoni, fuori limite a sinistra, e ci sono almeno 250 metri di spazio … l’emozione fa sicuramente brutti scherzi!) e via la prima palla che finisce sul limitare sinistro del fairway. Sollevato, cedo il posto a Riccardo che manda la palla sul lato destro della pista… off we go!

Il nostro caddie Lyall, giocatore scratch che si è pagato la laurea negli USA con una borsa di studio golfistica, è un incredibile aiuto, i green sono giganteschi e pieni di pendenze, i fairway mossi da gobbe e bunker di ogni dimensione e forma, un paio di tee shot sono assolutamente ciechi e i suoi consigli ci guidano con certo maggiore sicurezza di quella che avremmo avuto da soli. Inoltre è un vero appassionato, conosce la storia del percorso e ci mostra alcune delle pietre che delimitavano il campo in origine, incise con la G nel lato destinato al golf.

Il percorso è divertentissimo, il fondo duro sicuramente rende più complicato tirare buoni ferri, ma dopo un minimo di riscaldamento riusciamo a non fare brutta figura. La parte che trovo più difficile è approcciare con un terreno così compatto, ma Lyall mi suggerisce a più riprese l’uso del putter, anche ad alcune decine di metri dal green. È un trucco da esperti di links, utilizzato anche dai professionisti durante l’Open Championship, che fa risparmiare sicuramente un buon numero di colpi.

Giochiamo divertendoci tantissimo, alterniamo buoni colpi a qualche gigantesca sciocchezza, ma non è la cosa che più ci importa.

Dopo avere passato il “loop”, cioè le buche che vanno dalla 8 alla 13 e rappresentano il cambio di direzione, rientriamo verso la città, e avvicinandoci alle buche finali cresce la pelle d’oca!

Il panorama che abbiamo davanti è quello che qualsiasi golfista conosce, con la città, la clubhouse e il St. Andrews Grand (a proposito, è in vendita dopo che un’iniziativa immobiliare americana è fallita… a qualcuno può interessare?) e ogni colpo ci avvicina.

Arriviamo al momento del tee shot alla 17, la celeberrima Road Hole. Lyall ci mostra la direzione più breve per il green e ci consiglia di rimanere leggermente sulla sinistra rispetto alla traiettoria dei professionisti, che è direttamente sopra lo stemma dell’Old Course Hotel dipinto sul muro.

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Al grido di “daghel denter” entrambi voliamo l’hotel e mettiamo palla in fairway. Io mi ritrovo con 180m al green e mi fermo appena prima con il miglior ferro 6 della giornata (mi godo anche i complimenti del caddie e ringrazio il vento a favore!).

Passiamo poi all’ultimo tee shot, la vista davanti a noi è da rimanere senza fiato, colpita la palla facciamo l’immancabile tappa sullo Swilcan Bridge, dove scattiamo un sacco di foto.

Riprendiamo a giocare, un buon approccio, due putt dopo ho concluso la mia avventura sull’Old Course. Riccardo invece, ci tiene a ripetere il putt di Costantino Rocca dalla Valley of Sin, il risultato è quasi altrettanto buono e chiude anche lui felice.

Ringraziamo Lyall, ci stringiamo la mano, ben sapendo che non dimenticheremo mai questo sabato!

Ci concediamo un’oretta di shopping nel negozio del Links Trust ad acquistare souvenir per noi e la famiglia, approfittando anche del cambio vantaggioso di questo periodo.

La domenica mattina non abbiamo più il patema della partenza, siamo più rilassati e tranquilli, per cui dopo la colazione prendiamo la macchina e percorriamo i 5 km che separano Kingsbarns da St. Andrews. Il campo è arroccato in riva al mare, con una club house estremamente confortevole.

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Anche in questo caso avevamo già pagato il greenfee (165 £ per completezza), per cui ci viene detto di presentarci direttamente sul tee della 1 con cinque minuti di anticipo rispetto all’ora di partenza.

Giochiamo con una coppia di amici finlandesi, buoni giocatori e simpatici, e siamo tutti a nostro agio. Ancora una volta il meteo smentisce chi pensa alla Scozia come al regno della pioggia, il cielo è leggermente nuvoloso, ma non c’è rischio di bagnarci!

L’inizio questa volta è scoppiettante, dopo quattro buche sono a +1 sul campo, che è bellissimo, movimentato, a picco sul mare e in condizioni perfette!

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Continuiamo a giocare in un campo davvero bellissimo, anche se rispetto all’Old Course si vede che c’è l’intervento dell’uomo nel creare le difficoltà e che ci sono degli elementi di “Target golf”, per cui il posizionamento della palla è molto importante per l’attacco al green.

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Alcune buche sono leggermente all’interno, altre direttamente sul mare, come la 15 nella foto successiva, Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine.

Dove purtroppo perdo l’unica pallina dei tre giorni: l’approccio batte in green e poi si infila nell’erba appena dietro e non riusciamo proprio a ritrovarla, pur avendo visto benissimo il punto di ingresso.

Completiamo le 18 buche con il cielo che si è rannuvolato, ma sempre senza pioggia, ringraziamo gli amici finlandesi ( che hanno l’usanza di bere una gran sorsata di grappa ad ogni birdie che segnano… adatto al freddo scozzese) e ci rilassiamo in club house.

Trascorriamo l’ultima serata a St. Andrews bevendo l’ultima birra e commentando con soddisfazione la bellezza dei campi su cui abbiamo giocato, ripromettendoci di tornare, magari quando i figli sono un po’ cresciuti e possono giocare con noi.

Il lunedi mattina, carichiamo l’auto, facciamo un breve giro al castello di Edinburgo in attesa dell’orario del volo e a metà pomeriggio siamo a casa, ancora con il sorriso stampato sul volto! (Angelo Colombo)

Dal diario di Gino: come iniziai a giocare a golf

ottobre 9th, 2009

Questi miei appunti non sono un racconto di fantasia. Sono il racconto di emozioni, sentimenti, pensieri. O forse anche di fantasia, perché la fantasia, a volte per modestia ed altre volte per presunzione, ha cambiato qualche parte della realtà. Comincio dalle emozioni, i sentimenti, i pensieri di quando mi avvicinai, ultra sessantacinquenne, all’idea di giocare a golf. Un’ idea che misi subito in atto. Sono giovanile e sportivo e posso vantarmi di essere ancora come un ventenne: “ a me le ragazze piacciono ancora come quando avevo vent’anni, senza differenze. Beh forse una piccola differenza c’è: che non mi ricordo più perché”. Quando lo dissi ad un amico psicologo, questi mi consigliò di dedicarmi di più allo sport. Non pensai al calcetto (difficile: bisogna sempre trovare almeno altre nove persone con cui giocare); non pensai al ciclismo (già lo praticavo, anche se ero passato dalla corsa alla mountain bike); neppure pensai alle bocce (la gente ritiene siano cose da vecchi). Mi ricordai di un inserzione sul giornale locale; parlava di un campo pratica alla periferia della città e si diceva che vi si poteva giocare a golf ad un costo inferiore a quello di due caffè al giorno. “Orpo”, o come in realtà dissi usando il mio linguaggio da scaricatore di porto:”perdindirindina, vado subito a vedere!”. Mi accolse una signora molto gentile, che mi dirottò poi ad un signore altrettanto disponibile: questo signore, che sarebbe diventato il mio maestro, mi accompagnò in un giro panoramico del circolo, spiegandomi che potevo iniziare con qualche lezione pratica, senza necessità di acquistare attrezzi o vestiario adatto: a queste cose, all’iscrizione al circolo e alla FIG avrei potuto pensare poi, se avessi deciso di continuare. “Ottima cosa: cominciamo da domani?” E fu così che divenni golfista. A questa decisione contribuirono sicuramente anche l’ambiente (il verde, la club house, semplice e accogliente, l’assenza di segni di snobbismo). Certo, c’erano anche quelli per i quali il golf non è golf se non è gara: la cosa a me, sportivo per relax e sostanzialmente schivo, dava non poco fastidio, ma pensai che se li conosci li eviti; c’è spazio per tutti. E vivi tranquillo. In più non potevo escludere che mi sarei anche divertito, ascoltando adipi prominenti e fisici in lotta con la prominenza dissertare come simil Tiger Woods. Così iniziai il ciclo di lezioni. Fu un’esperienza dai risvolti contrastanti: chiuso nel gabbiotto a tirare colpi, assumendo posizioni del tutto innaturali, mi sentivo un poco ridicolo e non capivo il perché delle indicazioni del maestro, di cui percepivo l’esperienza e sicurezza, ma da cui avrei voluto non solo indicazioni tecniche, ma qualche spiegazione in più: perché dovevo “addressarmi” in quel modo? perché dovevo usare quel grip? perché proprio quel ferro? e così via. Cominciavo ad avere troppe perplessità e più disagio che divertimento. Mi tornò in mente un incubo che mi perseguitò per qualche tempo, circa mezzo secolo fa. Avevo superato brillantemente l’esame di maturità ed eccomi a godermene il premio: il corso per la patente! Nell’incubo l’istruttore propinava poca teoria, sempre sotto forma di precetti e poca pratica. Mai aprii il cofano di un’auto ed anche la guida era fittizia: stavo seduto su una sedia, con in mano il volante staccato da una vecchia seicento, mentre l’istruttore, bofonchiando brum brum bruum, mi diceva: “alza il piede destro, abbassa il sinistro!” e cose simili; finalmente salii sull’auto di papà, foglio rosa in tasca e un amico patentato al fianco; e mi schiantai contro il primo muro. Per fortuna, nella realtà, le cose andarono meglio. Come pure qui, sul campo pratica, sempre meglio fino al grande giorno, quando, dopo più di una ventina di lezioni, fui accompagnato sul campo vero e proprio. Furono emozioni vere: due ore di tiri, qualche chilo di erba da riposizionare e – incredibilesei buche imbucate. Non sapevo ancora quasi nulla di sopra/sotto il par e non mi preoccupai certo di contare i colpi impiegati: era nato un amore. Un amore che andava consolidandosi, in quel “driving range” ai limiti della città. Un campo dai molti svantaggi: non c’è il paesaggio mozzafiato che i libri descrivono sempre per il campo ideale, la ferrovia è vicina, l’autostrada anche, la discarica non è lontanissima; ma è vicina anche casa mia, così che posso andare “a far due tiri” anche quando non ho molto tempo; volendo posso andare al campo anche in bici! E ci sono anche alcuni altri pregi inestimabili: il circolo ha nel suo dna la diffusione del golf, i costi sono ragionevoli, un po’ di verde (laghetto compreso) c’è e non c’è invece traccia di quella voglia di elitaria chiusura che ho respirato in alcuni campi forse troppo blasonati. Insomma: ci sono tutte le possibilità per fare sport all’aria aperta, mettendoci la quantità di agonismo e di compagnia o di solitudine che ciascuno cerca. E, per quanto non grandissima, c’è pure la club house: la rinomata diciannovesima buca dove bere qualcosa, leggere in pace o fare due chiacchiere. L’amore tra l’aspirante golfista ed il golf era nato e si sarebbe rafforzato; oggi posso raccontarla ai miei nipotini come loro piace, senza dire bugie: Gino ed il golf si innamorarono, ebbero la meglio sulle perfide palline e vissero felici e contenti. (Alberto Magnani )