Archive for agosto, 2009

L’ultimo putt

agosto 28th, 2009

Buca 18, dopo un pitch finito a due metri dalla bandiera M. prese il putt dalla sacca e iniziò a camminare lentamente verso il green, lontano ottanta metri. Ottanta metri soltanto lo separavano dal colpo della vittoria. Camminava con decisione. Poi ebbe un’esitazione: ripensò per un attimo a quando, trent’anni prima, suo padre lo portò a giocare a golf.

“Vedi piccolo M. – gli diceva – il golf non è solo un gioco: il golf è una metafora della vita. È fatto di lunghe passeggiate su prati morbidi, ma anche di improvvise cadute nelle spaccature della terra. È fatto di dolci declivi verso il mare, ma anche di foreste intricate che sembrano volerti tenere imprigionato per sempre. Il golf è tecnica e resistenza, certo. Ma è soprattutto concentrazione e forza di volontà. Non puoi giocare bene se non ti concedi completamente. Se non ti immergi”.

Per lui era difficile capire. Un piccoletto di nove anni dal fisico gracile. Quei lunghi prati verdi gli sembravano oceani sterminati. Gli alberi che li punteggiavano, giganti dalle mille teste. Quelle buche bianche, di certo, dovevano essere le viscere della terra. E poi c’era la bandiera. Laggiù. Una principessa incatenata al terreno da un maleficio.

“Vedi piccolo M. – gli spiegava con pazienza il papà dopo ogni colpo venuto male – il golf non è un gioco fatto di potenza. Non devi annientare la pallina, devi accarezzarla. Ti vorrà bene, se le vorrai bene”. Poi impugnava il bastone, si piantava deciso sul terreno, lasciava andare le braccia, colpiva. E la pallina si alzava dolcemente, esitava a lungo in aria, quindi rimbalzava, ammaestrata, sul terreno.

A quel punto M. aveva percorso metà degli ottanta metri che lo separavano dal green della buca 18. Quaranta metri, trentanove, trentotto… l’ultimo putt, quello decisivo, si avvicinava.

“Vedi piccolo M. – gli diceva il papà con la pazienza e la dolcezza che solo chi gioca a golf sa avere – adesso sei a trenta metri dalla buca. Siamo su un par 4 e hai già fatto due colpi. Ne hai altri due per chiudere bene. Devi approcciare la bandiera. Fai come ti ho spiegato”.

M. andò sulla pallina, prese posizione, divaricò leggermente le gambe e piantò i piedi sul terreno. Poi fece un passo indietro e simulò il movimento che avrebbe dovuto fare di lì a qualche secondo. Sciolse i muscoli e i pensieri. Si riposizionò sulla pallina e guardò verso la bandiera. Fu allora che accadde l’incredibile: il green si era avvicinato, la buca era diventata più grande, ben visibile, al centro, i due bunker, ai lati, erano spariti. Tutto attorno c’era solo fairway. Sparite le vigne, spariti gli alberi alla sua sinistra, spariti i cespugli alla sua destra. Solo fairway e green.

M. portò indietro il bastone, scese dolcemente e colpì. La pallina iniziò il suo volo verso la bandiera. Trenta, ventinove, ventotto metri… Atterrò sul green, rimbalzò una paio di volte, poi iniziò a rotolare. Quattro, tre, due… si fermò proprio a due metri dalla buca.

Erano passati trent’anni da quell’approccio. M. era ormai a due passi dal green. Tirò fuori dalla tasca la forchettina bianca con un cuore rosso che la moglie gli aveva regalato qualche giorno prima, la infilò nel terreno e riparò il pitch. Poi andò sulla pallina, la marcò e la tirò su. Le diede una pulita, quindi la ripiazzò. Tutto attorno il pubblico, che aveva accompagnato la sua lunga passeggiata con un insistente brusìo, si zittì di colpo. Era l’ultimo putt, quello che avrebbe sancito la vittoria o la sconfitta. Due metri e una lunga linea ideale tracciata sul prato verde, potevano fare la differenza tra la gloria e la disperazione.

Il piccolo M. non stava più nella pelle. Con il bastone in mano stava andando a puttare per il primo par della sua vita. Erano passati solo due mesi da quando aveva tirato il primo colpo in campo pratica. Aveva fatto grandi progressi, in fretta. Aveva talento, quel ragazzino. Era deciso a buttarla dentro. Sul putting green aveva imbucato centinaia di colpi da quella distanza.

Arrivò sulla pallina, la marcò come gli aveva insegnato il papà, quindi la pulì e la rimise sul green. Poi si chinò per scrutare le pendenze. Era lì, davanti a lui, chiara come il sole: la linea del suo putt. Adesso doveva solo allinearsi correttamente, muovere il bastone come un pendolo e colpire. Con dolcezza, certo, ma senza esitazioni. Attorno silenzio assoluto. Quel giorno il percorso era tutto per lui e per il suo papà che, a una ventina di metri di distanza, lo osservava con le braccia conserte. Era fiero del suo piccolo: stava giocando a golf come avrebbe dovuto affrontare la vita.

Era pronto. Aveva studiato la linea del putt e valutato bene le pendenze. Poi si era allineato. Partì il colpo. La pallina iniziò a rotolare, lenta e decisa. Si avvicinò alla buca, poi iniziò a rallentare fin sul bordo: sembrava essersi fermata, beffarda. Dopo qualche secondo, finì inghiottita dalla terra. M. strinse i pugni. Il papà sorrise compiaciuto. Lo gnomo del green aveva attratto a sé la pallina. M. era sicuro di aver visto la sua manina verde venire fuori dalla buca e acchiapparla. Par, il primo della sua vita. La principessa adesso era libera.

M. era pronto a lasciar partire l’ultimo putt, quello decisivo. Si posizionò e colpì. La pallina iniziò a rotolare verso la buca. Sembrava lenta, debole. Invecchiata di trent’anni. Arrivò fino al bordo e si mise a ondeggiare, in bilico. Dieci, nove, otto, sette secondi… Il pubblico iniziò a rumoreggiare. Il putt della vittoria sembrava volersi prendere beffe del campione. Sei, cinque, quattro secondi che sembravano ore. Tre, due, uno… poi dalla buca venne fuori una manina verde, prese la pallina e la portò con sé nelle viscere della terra. Era lo gnomo del green. Il primo Major della sua vita. La principessa era libera. Ancora una volta.

Mario Bencivinni
Golf Club San Michele

Una giornata di golf

agosto 28th, 2009

Stazione di Milano Centrale.

“Informiamo i gentili passeggeri che il treno EurostarCity 9735 con destinazione Venezia Santa Lucia partirà tra pochi minuti”.

Finalmente dopo 450 km di auto e già due treni alle spalle si torna a casa.

Ho cercato di dormire qualche treno fa, ma c’è stato poco da fare, appena riuscivo a chiudere gli occhi c’è sempre un cellulare che suonava, e spesso era anche il mio: era il lavoro che chiama e mi dovevo quindi anche concentrare nel rispondere.

É che sono due mesi che non penso ad altro, penso solo ad un numero che fra poco potrebbe dare il vero inizio a tutto, un numero che per me è fondamentale mentre per tutti i miei amici è solo fonte di innumerevoli e ripetitive battute: handicap.

“Buonasera a tutti sono il capotreno del treno EurostarCity 9735, vi informo che il treno fermerà nelle stazioni di Bergamo, Brescia, Peschiera del Garda, Padova, Mestre e Venezia Santa Lucia. Vi invitiamo ad abbassare le suonerie dei telefoni cellulari e vi auguriamo buon viaggio con Trenitalia”.

Sarebbe incredibile: prendere l’handicap dopo solo tre mesi di lezioni, sarebbe fantastico.

Ci sono giorni in cui me lo sento già in tasca, giorni dove col ferro 7 metto una dozzina di palline di fila tutte lì, tutte ai cento metri spaccati, poi prendo il Sand e vanno tutte ai cinquanta metri, poi prendo il Rescue, che uso ancora al posto dei legni, e vanno tutte ai centocinquanta.

Amo questo gioco. Ho l’handicap in tasca se tiro così.

“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Bergamo”.

Sabato sono andato a tirare, ad allenarmi prima di una domenica di lavoro dove non avrei visto il campo e prima della lezione settimanale.

Malissimo.

Soket, colpi storti, effetti non voluti e quasi sempre controproducenti, tiri tesi e corti, tiri brutti, troppo brutti.

E ho sudato da matti: fatica, braccia rigide, spalle arrugginite, schiena dolente, tensione, morale alle stalle.

Odio questo gioco. Non prenderò mai l’handicap se tiro così.

“Buonasera signori, biglietti prego”.

Due domeniche fa avevo qualche ora libera e, mentre riflettevo sulla mia vita di coppia, avevo deciso di andare ad esercitarmi nel campo pratica.

Invece trovo L. che si sta scaldando nel puttin green: – allora come andiamo? Ti sono passate le vesciche alle mani? – mi chiede col suo sorriso rilassato, – abbastanza bene grazie, alti e bassi ma sto pian piano migliorando, ora vado un po’ ad esercitarmi in campo pratica – rispondo.

- Lascia stare il campo pratica, andiamo a fare un paio di buche no? Che impari molto di più…e tanto non c’è nessuno… -

E così, anche se io nel campo non potrei ancora giocare, lo seguo, anzi, a dire il vero mi cede l’onore di iniziare: prendo il mio tee, la mia pallina, il mio Rescue, due swing di prova, mi avvicino, colpisco. Cent’ottanta e forse più metri in fairway.

Bene, oggi sono in forma.

Vicino al green un disastro però, i miei approcci fanno danni, e parecchi.

Quello che sembrava un buon inizio finisce con un bel quattro sopra al par.

E così anche le successive. Oggi l’handicap non l’avrei preso, ma la settimana prossima sistemo il Sand, ed è fatta.

“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Peschiera del Garda”.

Lunedì lezione con R., sono arrivato di corsa una decina di minuti prima per scaldarmi con un paio di colpi. Un paio di Pitch: bene, un paio di ferri: bene. Bene.

Arriva, iniziamo: colpi belli, la palla vola, alta e lunga, senza fatica.

R. mi dice che inizio a dargli soddisfazioni, e questo mi riempie di orgoglio: le ore passate in campo pratica, il sudore e le vesciche alle mani allora servono e iniziano a dare i loro frutti.

Iniziamo così a lavorare sulla finalizzazione del colpo, sui dettagli, poche ma significative migliorie che mi modificano quel tanto che basta lo swing per farmi fare qualche colpo a vuoto, c’è da lavorare ancora per far entrare nei miei meccanismi i preziosi consigli di R.

Poi tiro il Rescue: non benissimo, non mi perdona di averlo tralasciato negli allenamenti per il gioco corto. E si vendica. Ma riusciamo a fare pace e nel finale qualche buon tiro parte.

Finiamo con il Sand: bello, morbido, abbastanza preciso, mi sono allenato e si vede.

R. è contento, dice che fra un mese, un mese e mezzo al massimo si può dare la caccia all’handicap.

“Si informano i gentili passeggeri che stiamo arrivando alla stazione di Mestre”.

Sono arrivato, manca ancora un treno per arrivare a casa ma è una tratta breve, il più è fatto.

Sono quasi le venti e trenta, è ormai quasi buio ma non importa, ho bisogno di un po’ di golf: sono stato tutto il giorno seduto fra autostrade e ferrovie attraversando in andata e in ritorno la pianura Padana e ora voglio solo tirare.

Davanti a me ci sono solamente qualche centinaio di metri d’erba, e una pallina.

Mi preparo, stance, address, respiro lento e profondo, chiudo gli occhi per qualche istante, ora mi sento a casa.

Non penso più a nulla, carico lo swing.

E la pallina vola.

26/08/09

Enrico Scudeler

Golf Club Zerman, Treviso